
Ci chiediamo se un altro Sud è possibile.
Tradizioni più modernità, è la risposta
commento di Tonino Perna
UNO DEI MOTIVI che mi ha indotto a lanciarmi nell'esperienza del Parco è stato quello di capire come, e fino a che punto si può uscire da una condizione di marginalità, di degrado ambientale e sociale, utilizzando lo strumento dell'istituzione pubblica. Di capire in sostanza se, e a quali condizioni, "un altro Sud", più libero, più dignitoso, più rispettoso dell'ambiente, sia realmente possibile. Dopo aver fatto tante esperienze in progetti locali, promossi nell'ambito del terzo settore, volendo vedere dall'altra parte, dalla parte dell'apparato pubblico che nel Mezzogiorno, e in buona parte dei Sud del mondo, rappresenta il cosiddetto "motore dello sviluppo", il principale attore.
Certamente l'Aspromonte, come tutte le aree periferiche del Mezzogiorno, appartiene all'Unione europea, cioè vive in un'area forte del mondo, da dove si può emigrare facilmente senza bisogno di visti, dove non si muore di fame e di stenti, dove la soddisfazione di alcuni bisogni fondamentali è assicurata.
Ma, allo stesso tempo, queste sono aree estremamente marginali, aree di degrado, di abbandono dove la criminalità organizzata ha un peso non indifferente, dove le regole democratiche sono spesso sospese [1], dove i giovani sognano di partire e qualche volta restano solo per inerzia, dove la politica si è ridotta, dopo le grandi speranze degli anni settanta, a puro clientelismo e spartizione del potere.
Tutto questo è noto e le scienze sociali hanno dato sicuramente un contributo di conoscenza, soprattutto nei decenni passati, al mutamento della società meridionale, alla sua modernizzazione distorta, alla sua "industrializzazione senza sviluppo" [Hytten e Marchioni, 1970] o al suo "sviluppo senza autonomia" [Trigilia, 1992], fino alla provocazione del "pensiero meridiano" di Franco Cassano [1998] che segna una svolta rispetto a una visione subalterna del nostro Sud [2]. Ma nell'ultimo decennio è emerso, in Italia, come nel resto del mondo, un nuovo fenomeno: il delinking del Nord, vale a dire delle aree ricche, che siano paesi o quartieri di una metropoli. In Italia questo fenomeno si è espresso nella Lega nord e ha aperto quella che è stata chiamata la "questione settentrionale" [3]. Il Mezzogiorno, in poco più di un decennio, è scomparso dalla scena, soprattutto sociale e politica, del nostro paese. Come altri Sud del mondo riemerge, ogni tanto, per qualche catastrofe naturale o presunta tale [come le tragedie del Sannio e di Soverato] o per fatti legati alle organizzazioni criminali che, peraltro, hanno imparato a sparare meno e fare più soldi [magari arrivando direttamente a controllare importanti istituzioni pubbliche].
Si può anche affermare che un Mezzogiorno, inteso come unico blocco periferico, non esista più, ma che esistano più Sud, con zone di luce e ombra, oppure un "Mezzo Giorno", come sostengono Cersosimo e Donzelli [2000], vale a dire una parte del territorio meridionale che è decollata [in termini di crescita economica], e un'altra che è rimasta emarginata e presenta crescenti difficoltà. Anche questa visione, che indubbiamente ha il merito di fornire un quadro articolato e realistico [benché "economicistico"] del territorio meridionale, fa parte di un approccio tradizionale allo sviluppo del Mezzogiorno, visto come un territorio il cui valore è dato dalla misura in cui raggiunge gli standard della vita del Nord. A parte che questa corsa dura da più di un secolo e negli ultimi cinquant'anni, sul piano degli indicatori economici, non vi sono stati significativi cambiamenti, è tutto l'apparato concettuale che risulta debole.
Il problema di fondo di quest'area è quello di trovare una nuova identità, una sintesi virtuosa tra tradizioni e modernità, un suo specifico progetto di società che non rinneghi le specificità culturali, che non deprezzi il patrimonio storico e naturale in nome di un mitico sviluppo fondato su grandi opere [come il faraonico Ponte sullo Stretto] e su una generale omologazione. D'altra parte, nell'era della globalizzazione finanziaria e della mercificazione onnivora, questa è la grande sfida con cui devono fare i conti tutte le aree periferiche del mondo. Aree che ormai non si trovano geograficamente solo nel Sud, ma anche all'interno del Nord ricco e opulento, nei quartieri amorfi delle aree metropolitane o nelle aree interne, nelle montagne a ridosso dei grandi poli di sviluppo
Quando ci domandiamo se "un altro Sud è possibile", ci chiediamo in sostanza se e con quali strumenti si possono individuare altre strade, rispetto a quelle conosciute e perdenti, che portino ad un riscatto sociale, culturale e ambientale delle aree periferiche che più di altre risentono degli effetti perversi dei meccanismi di polarizzazione sociale e territoriale in atto.
In questa direzione si sono mosse, negli anni novanta, alcune esperienze municipali sia nelle grandi città sia nei paesini che pullulano nell'Appennino meridionale [4] con una forte carica di appartenenza territoriale, di lotta per i diritti di cittadinanza, di contrasto alla criminalità organizzata e con un decisivo investimento nel recupero dei centri storici e nella valorizzazione delle culture locali. Negli ultimi anni anche i parchi nazionali del Mezzogiorno, localizzati in genere nelle aree marginali, hanno iniziato un percorso per costruire un futuro sostenibile, per sperimentare un nuovo rapporto tra istituzioni locali, soggetti sociali e strategie di tutela e valorizzazione ambientale. È un percorso difficile e complesso, ma è anche una scommessa di grande valore che potrebbe rappresentare un punto di riferimento culturale per tutto il nostro Sud.
Note alla premessa
1: Sebbene con minor frequenza rispetto allo scorso decennio, ancora oggi si registrano diversi casi di comuni commissariati per infiltrazioni della 'ndangheta e alcuni casi, come quello del Roghudi o di Roccaforte, dove per diversi anni nessuna lista veniva presentata alle elezioni comunali.
2: Sullo stesso filone di Cassano si colloca il saggio di Mario Alcaro [1999], che tende a un recupero della dignità del Sud e dei suoi valori. Su un versante diverso e più tradizionale - lo sviluppo del tessuto produttivo - si situa la ricerca di Luca Meldolesi [1998], che indaga sulle prospettive di crescita di alcuni nascenti distretti industriali meridionali e sulle strategie di emersione del "lavoro nero".
3: Sul delinking dell'Italia settentrionale e i suoi effetti sul territorio meridionale, cfr. Perna [1994, cap 5]. È diventato un tema centrale nell'agenda politica del nostro paese, da quando, negli anni novanta, la Lega nord ha riscosso grandi successi elettorali nel Lombardo-Veneto. Sul piano dell'elaborazione teorica la "questione settentrionale" è stata analizzata in diversi articoli apparsi sulla rivista "Meridiana". Un approccio critico alla nascita della Lega nord, che non presenta i caratteri del piagnisteo meridionale, è quello di Gavioli [1994], che si pone una domanda fondamentale: "Che cosa può fare il Sud per il Nord, visto che da solo il Nord produce il leghismo?"
4: Il protagonismo dei sindaci è noto al grande pubblico solo per le grandi città dove si è assistito a una svolta che ha entusiasmato i cittadini, come nel caso della Napoli di Bassolino o della Catania di Bianco. Poco conosciuti, ma non meno importanti, sono l'impegno e le capacità profuse da diversi sindaci dei piccoli comuni dell'Appennino meridionale che, con pochi mezzi finanziari, sono riusciti a dare dignità e identità a quei piccoli paesi. Non di rado in lotta contro la criminalità organizzata, come nel caso di "Elisabetta", la coraggiosa donna sindaco di Stefanaconi, un piccolo paese della provincia di Vibo Valentia: cfr. Siebert [2001].
Innanzitutto la democrazia
Mario Alcaro *
QUANDO NASCE una nuova formazione teorico-politica è d'uopo formulare auspici. Ed io, in occasione dell'allestimento del Cantiere meridionale, mi auguro, innanzitutto, che esso sappia dare espressione a qualcosa che ormai da tempo è nell'aria, ad una nuova sensibilità, ad una diversa soggettività meridionale che va manifestandosi attraverso pubblicazioni di vario tipo [volumi, riviste, atti di convegno] ed esperienze politiche, soprattutto municipali. Si tratta di un modo nuovo di rapportarsi ai problemi del Sud. È la riscoperta, in positivo, di culture, valori, tradizioni, forme di socialità, stili di vita, sinora intesi soltanto come tare ataviche. È il rovesciamento dell'ottica tradizionale: riscoprire il valore dell'amicizia, dei rapporti personalizzati, delle appartenenze, della solidarietà di vicinato, e leggerli in positivo. Non si vuole certo sminuire le profonde degenerazioni di gangli vistosi dell'organizzazione politica e sociale del Mezzogiorno. Ma tali degenerazioni non vengono più interpretate come il prodotto dei valori della cultura meridionale.
Essere portatori di una nuova sensibilità meridionale significa recuperare il senso della socialità primaria e della comunità, recuperare i valori della solidarietà umana [inevitabilmente particolaristica perché fatta di rapporti concreti e personali], interpretare il particolarismo non come un limite, ma come una risorsa. È per questo che si è fatta strada la richiesta di istituzioni più vicine ai cittadini, alle comunità locali, e capaci di innescare un rapporto di fiducia reciproca. È per questo che cresce la domanda di uno sviluppo non più portato dall'esterno, ma endogeno, compatibile con l'ambiente, rispettoso della cultura più profonda e dell'identità delle popolazioni meridionali.
In secondo luogo, mi auguro che il Cantiere sappia mostrare come siano del tutto destituite di fondamento le tesi che pongono al centro della "questione meridionale" le tradizioni culturali del Sud e che sostengono che le vere cause del clientelismo, della criminalità mafiosa e del ritardo economico risiedono nel modo di pensare e negli stili di vita dei meridionali. Il carattere approssimativo e generico di tali tesi si rivela già nella loro incapacità di fornire un corretto inquadramento temporale e spaziale, vale a dire storico e geografico, dei fenomeni indagati.
Prendiamo, ad esempio, la mafia. La criminalità mafiosa ha cominciato a manifestarsi in Sicilia solo a partire dalla metà dell'Ottocento. In Calabria essa è posteriore. Come può, dunque, essere messa in connessione e spiegata con le tradizioni culturali meridionali vecchie di millenni? Altri fenomeni, di carattere storico, economico, sociale, devono essere intervenuti, per generare il "mostro". Un'analoga considerazione può essere fatta sul piano della sua distribuzione geografica tutt'altro che omogenea; alcune regioni, come la Lucania, l'Abruzzo e il Molise, ne sono esenti. In altre la "Piovra" è cosa molto recente: sino a qualche decennio fa, la mafia era assente in Puglia e in buona parte della Calabria [il cosentino e, parzialmente, il catanzarese]. Come è possibile ricondurre, allora, il fenomeno mafioso ad usi, culture, in una parola ad un ethos, quando esso alligna solo in alcuni territori e non in altri ?
Lo stesso dicasi per il fenomeno dell'arretratezza economica. In alcune zone del Sud, come tutti sanno, si sono affermati processi produttivi, tanto nell'agricoltura quanto nell'industria, estremamente avanzati. In altre, prevalgono sistemi ancora rudimentali.
Sul piano complessivo, le spiegazioni sociologico-culturali dei mali del Sud [che sono poi, in buona sostanza, spiegazioni antropologiche] si fondano sulla riduzione della complessità dei fattori che compongono il quadro d'assieme, sull'esclusione di certi elementi imprescindibili e sull'enfatizzazione di certi altri. Esse trascurano i mutamenti geo-economici e le conseguenze che tali mutamenti determinano nelle singole aree; trascurano i processi politici esterni e interni che la cultura di una comunità non riesce a controllare pienamente e a cui deve necessariamente adattarsi; trascurano quelle congiunture socio-politiche che si vanno affermando e che a volte stravolgono o fanno un uso distorto dei valori che rappresentano il cemento delle comunità. In poche parole, non danno il giusto rilievo alle alterne fortune della cultura meridionale, e perciò compiono un corto circuito che consiste nell'istituzione di un rapporto diretto, immediato, semplificato, fra problemi insoluti e tradizione culturale delle popolazioni meridionali.
In terzo luogo, mi auguro che il Cantiere meridionale sia in grado di trovare rimedi efficaci per quei fattori degenerativi che "Ora locale" ha cercato di segnalare: la persistente crisi di legittimità delle istituzioni statuali; "la mancanza di un sistema credibile ed efficace dell'amministrazione della cosa pubblica", con le conseguenti carenze sul piano dell'etica pubblica; il tenersi a distanza dalle istituzioni; il senso di dipendenza, sia sul piano politico che su quello economico, dovuto al fatto che il potere politico si è tradizionalmente imposto dall'esterno e lo sviluppo economico è stato quasi sempre "sviluppo dall'alto"; la carenza di autonomia e di protagonismo pubblico, che può essere superata soltanto con l'avvio di un processo di avvicinamento fra istituzioni e cultura; la mancanza di fiducia in se stessi degli uomini e delle donne del Sud che diviene spesso autodenigrazione, accettazione degli stereotipi più miserabili sul Mezzogiorno, pessimismo paralizzante.
Un ultimo augurio vorrei formulare. Che il Cantiere meridionale sia un autentico laboratorio di idee e di proposte per la strutturazione di una democrazia partecipativa nel Sud! È questo il problema di fondo del Meridione. Io credo che i mali principali della realtà sociale in cui operiamo nascano dal cattivo rapporto fra cittadini e istituzioni, fra società e Stato. Un rapporto, come s'è detto, di estraneità, di strumentalità e spesso di ostilità dei cittadini verso lo Stato; una frattura fra popolazione e istituzioni che favorisce il comportamento di ceto e il perseguimento dei propri interessi particolari da parte degli amministratori e dei dirigenti pubblici. È da qui che nasce il problema del ceto politico nel Sud. Per porvi rimedio, occorre lavorare per una nuova classe dirigente meridionale. E l'unico mezzo capace di produrre un tale rinnovamento è la partecipazione popolare, è la democrazia partecipativa.
Rompere la diffidenza tradizionale dei meridionali verso lo Stato [storicamente estraneo, esterno, indifferente ai bisogni dei ceti popolari, repressivo]. E scegliere degli amministratori capaci di progettualità e di moralità. Per realizzare tali obiettivi occorre incamminarsi lungo la via della partecipazione. Democrazia partecipativa: è questo, come si sa, uno degli slogan centrali del movimento antiliberista globale. È questo, da tempo, lo slogan principale di "Ora locale".
In chiusura, vorrei fare un rapidissimo riferimento al documento fondativo del Cantiere, nel quale si rileva che all'interno della "questione meridionale" si è posta una domanda, "ripetuta in modi diversi nel corso dei decenni", ma sempre identica nella sostanza: "Come indurre, stimolare, provocare uno sviluppo, nel Sud del Paese, che lo spingesse verso uno stadio di industrializzazione degno di quello che nel frattempo si creava nel Nord?". Ora, nella fase storica odierna, la quale, come evidenzia Piero Bevilacqua, è "segnata anche da forme drammatiche di deindustrializzazione", non è più plausibile immaginare un futuro di questo tipo. Se questo è vero, è vero anche che per noi si apre un problema di vaste dimensioni e di straordinaria complessità, sul quale dobbiamo investire tutte le nostre capacità analitiche ed inventive. Qual è il problema? È quello di scoprire in quale modo si può rispondere "alla ricerca di lavoro di tanti giovani" ed è quello di indicare in quali attività produttive può essere impiegata la ricchezza culturale di cui dispone il Sud.
Uno "sviluppo" che parta dal basso. Le proposte della Rete Meridione
articolo di Nino Lisi*
DI MEZZOGIORNO si parla molto, di questi tempi. Se ne parla per proporne l'abolizione [Viesti] al fine di eliminare, in particolare presso gli italiani del Nord, "un'immagine stereotipata e indistinta delle regioni del Sud e invece analizzare seriamente diversità e dinamiche". Oppure per suggerire [Veneziani] un "radicale rovesciamento: smettiamola di chiedere cosa l'Italia e l'Europa possano fare [per il Sud]. Chiediamoci cosa il Sud possa fare per l'Italia e l'Europa". O ancora per dichiarare [Fassino] che il Mezzogiorno "non può e non deve essere ghettizzato in una strategia settoriale", riscoprendo così ciò che era già ben chiaro alcuni decenni fa, che quella del Mezzogiorno o viene portata a questione nazionale o non si risolve [Giulio Pastore, già presidente del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno]. Di Mezzogiorno si è parlato qualche anno fa [Cersosimo e Donzelli], per affermare che "la rappresentazione del Mezzogiorno come un tutto… chiuso ed irrigidito… in uno schema sempre eguale", come se su di esso incombesse un "destino", non è più attuale, e che quello d'oggi è un Mezzogiorno dinamico, leggibile "come qualunque pezzo di mondo".
Dichiaro subito di essere in assoluto disaccordo con queste posizioni. Anzitutto, credo non sia vero che un territorio, qualunque territorio, possa leggersi "come qualsiasi altro pezzo di mondo", senza tenere conto cioè delle specificità sue e della comunità che lo abita. A meno che non si pensi ad una economia deterritorializzata - qual è quella globale, per intenderci. Ma in tal caso, a prescindere dalla impraticabilità, per il Mezzogiorno, di una prospettiva del genere, tanto varrebbe seguire il suggerimento che sarcasticamente ha dato Mariano D'Antonio: "Aboliamo l'Italia", così "aboliremo l'italiano, ascolteremo la Bbc…, leggeremo il New York Times o il Guardian, e via fantasticando".
In secondo luogo, la rappresentazione di un Mezzogiorno senza differenze, uniforme ed immobile, sempre eguale a se stesso, non ha mai corrisposto alla realtà. Le "Calabrie" sono sempre state diverse dalle "Puglie", ad esempio, e ambedue hanno avuto e hanno molte differenze con la Campania. Come l'Irpinia e il Sannio erano e sono diverse da Terra di Lavoro e il Napoletano dal Salernitano. Differenze di tradizioni, di cultura diffusa e persino di lingua. Neppure corrisponde ad una lettura corretta l'immagine dell'immobilismo meridionale. Contraddicono quella immagine le lotte contadine come il "brigantaggio" [qualsiasi giudizio se ne voglia dare], le cospirazioni liberali come il susseguirsi in tutto il Sud, a dispetto dell'alta percentuale di fallimenti, di esperienze innovative, non raramente di eccellenza, nei più disparati campi. Da dove nascono, allora, le immagini e le rappresentazioni che si vogliono abolire?
La caricatura del Mezzogiorno
Il Sud è stato oggetto della operazione tipica che si consuma quando si instaurano rapporti di dipendenza. Il caso classico è quello del colonialismo, ma non è il solo. Via via che il rapporto di dipendenza prendeva corpo, al Mezzogiorno è stata attribuita una identità posticcia, deformando quasi a mo' di caricatura quella originaria. In questa falsa identità è stata individuata la radice del ritardo rispetto allo sviluppo del Nord. Infine - si tratta di un infine logico non cronologico, perché le diverse fasi della operazione sono concomitanti - questa identità fasulla, come sempre accade in casi del genere, è stata introiettata dallo stesso Mezzogiorno, che si è colpevolizzato dei propri mali e del divario dal Nord, ritenendosene il principale responsabile. So bene che le radici della "questione meridionale" - perché di questo si tratta - non sono da rinvenirsi, né tutte, né per intero, nel rapporto di dipendenza dal Nord. So bene che vi giocano fattori che precedono l'unità d'Italia. Ma anche questi sono confluiti nel rapporto di dipendenza che si è strutturato con l'unificazione dell'Italia.
È con questo dunque che bisogna fare i conti. Una comune storia di dominazioni e infeudamenti, di conniventi alleanze delle oligarchie locali con i diversi sistemi di dominio avvicendatisi nel tempo, ha prodotto connotazioni culturali e problemi strutturali che accomunano tutto il Mezzogiorno in un'unica questione: quella meridionale, appunto. È in questo coacervo che va scavato, non negando le peculiarità del Mezzogiorno, ma riscoprendo i tratti originari della sua identità, per rilanciarli nella cultura diffusa, quella che incide sui comportamenti e gli stili di vita; per fare in modo che meridionali e settentrionali scoprano come le tradizioni e le caratteristiche specifiche del Mezzogiorno non siano fattori negativi che hanno bloccato e bloccano il futuro, ma anzi i fattori sui quali si deve progettare e fondare il futuro. È quanto altri scrittori meridionali - Mario Alcaro e Franco Cassano, ad esempio - sono impegnati a fare.
Viene in luce, così, un altro snodo nevralgico del ragionamento sul Mezzogiorno: quale futuro? Uno snodo che i più eludono, dando implicitamente per scontato che una sola è la prospettiva possibile: quella della modernità intesa secondo il paradigma dominante. Si tratta, però, di un paradigma messo fortemente in discussione da altri studiosi, quali Amoroso, Barcellona, Pannikar per non dire degli stessi Alcaro e Cassano. Di recente lo ha fatto Franco Piperno sottolineando, sul numero 4 di Ora Locale, come il principale difetto del movimento operaio sia "l'idea condivisa dalla stessa borghesia e quindi dal pensiero liberale secondo la quale, grazie alla scienza, si può modificare la condizione umana per renderla libera e consapevole tramite l'intervento dello Stato assicurando a tutti il godimento dei diritti di cittadinanza; senza chiedersi minimamente se, per caso, l'idea stessa dei diritti non sia una concezione specifica, nata in certi paesi specifici; per cui essa, per altre culture e forme di vita, non ha alcun senso".
Il metro è il reddito pro capite?
Non a caso, ritengo, Carta e Ora Locale ci invitano ad un Cantiere per discutere di "Mezzogiorno: oltre lo sviluppo". Leggo questo invito appunto nel senso di una chiamata a discutere dello scenario entro cui il Mezzogiorno può collocare il proprio futuro. Per affrontare questo tema mi sembra utile chiedersi cosa sia cambiato e cosa no, per il Mezzogiorno, da quando - nemmeno moltissimi anni fa - pochi dubitavano, forse addirittura nessuno, che di Mezzogiorno si dovesse discutere proprio in termini di sviluppo [oppure di sottosviluppo o di arretratezza, il che si equivale], rapportandosi al reddito medio procapite e misurando ogni valutazione sul divario tra Nord e Sud in termini di Pil.
Iniziamo con ciò che non è cambiato. Non sono cambiati alcuni dati strutturali: l'endemica insufficienza delle fonti di reddito; la grande sperequazione nella loro distribuzione sia sul territorio sia fra gli strati sociali; la generale inefficienza - nonostante alcune eccezioni - delle strutture pubbliche, enti locali e Regioni comprese; l'incapacità del sistema produttivo di rispondere con prontezza ed efficacia agli stimoli del mercato; la perdurante insufficienza del processo di accumulazione che non riesce ad attivarsi autonomamente. In altre parole, il Mezzogiorno continua a dipendere dal Nord: "La piena e armonica integrazione delle regioni meridionali nel processo di sviluppo civile del paese" che era l'obiettivo dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno non si è realizzata. A beneficio di Bossi e degli altri leghisti vorrei ricordare che il rapporto di dipendenza non implica una posizione parassitaria, ma esattamente il contrario: è il suo sviluppo ad essere funzionale e quindi condizionato allo sviluppo, nel nostro caso, del Nord.
Nonostante ciò, sono cambiate in meglio le condizioni di vita delle popolazioni [non si può che parlare di medie, al riguardo] sia in termini di consumi materiali che di consumi immateriali, avendo beneficiato anche il Mezzogiorno, ancorché, in via subordinata, come si è appena detto, del generale miglioramento delle condizioni di vita nell'intero paese. Sono poi aumentate anche le differenze tra le diverse zone: il Sud è sempre più a macchie di leopardo, secondo l'espressione coniata dal Censis molto tempo fa. Si può anche riconoscere che nel Sud c'è maggiore dinamismo di un tempo, maggiore spirito di intrapresa, come si nota anche in altre parti d'Italia. Tutto, in definitiva, è più dinamico di qualche tempo fa. Anche il Mezzogiorno.
Ma i cambiamenti maggiori non sono intrinseci al Mezzogiorno, bensì esterni. È cambiata la fase economica. La logica del processo di accumulazione capitalistico è mutata a livello generale [sarebbe forse più significativo dire a livello globale]. L'espansione non avviene, come in epoca fordista, per allargamento delle "aree del benessere". Bensì per concentrazione della ricchezza in ambiti territoriali e sociali più ristretti, con la conseguenza che esclusioni e marginalizzazioni sono fenomeni che si ampliano, sino a determinare lo "sganciamento" dalle dinamiche dei circuiti produttivi e dei consumi di territori immensi [interi continenti e sub continenti] con l'effetto, rilevato dal Fmi, della esclusione di due miliardi e mezzo di esseri umani. Da una fase nella quale i "limiti dello sviluppo" non essendo evidenti sembrava che sviluppo e modernizzazione potessero procedere senza distruggere le peculiarità di ciascuno, si è insomma approdati a un'epoca nella quale le aree deboli [sarebbe forse più esatto almeno in parte dire: le aree rese deboli] sono abbandonate e quelle forti pagano il prezzo della omologazione.
È cambiato inoltre il contesto politico del paese. Il caso italiano è finito. Si è chiuso l'esperimento di un'economia mista nella quale la mano occulta del mercato trovasse un forte contemperamento nell'azione dello Stato. Al centro di quel disegno riformatore vi era il superamento della "questione meridionale", che non a caso fu terreno di uno scontro che attraversò orizzontalmente le forze politiche, in particolare quelle di governo. Lo scontro era tra chi intendeva fare della "unificazione economica del paese" l'obiettivo delle politiche nazionali, e chi intendeva determinarne gli indirizzi indipendentemente da quell'obiettivo, e quindi prescindendo dalle esigenze del Mezzogiorno, anzi non poche volte in contrasto con esse. L'esito dello scontro è noto: la questione meridionale non è mai divenuta questione nazionale e la politica per il Mezzogiorno è rimasta straordinaria, cioè subordinata alle politiche ordinarie.
Il Sud nella globalizzazione
A un terzo, importante mutamento si è già accennato. La messa in discussione del paradigma della modernità. Non nel senso che si contesti la centralità della persona umana. Anzi, al contrario. Si contesta la parossistica esasperazione di alcuni corollari del principio fondante della modernità, che, degenerati, arrivano ormai a negare nella pratica il valore stesso dell'uomo. Si contestano l'eccesso di un primato assoluto e incontrastato di una scienza che non riconosce limiti; una libertà concepita senza confini né obblighi, come bene assoluto e supremo di ogni individuo; la supremazia dell'individuo considerato detentore in sé di ogni diritto, avulso dalle rete di relazioni che lo integrino come persona nella società; il diritto che, inteso come mera astrazione, è ridotto a petizione di principio, quando non ad ipocrita falsità; etc.
È avvenuto che la globalizzazione, questa straordinaria accelerazione di tutti i processi, in primo luogo di quelli dell'accumulazione del capitale, ha sconvolto gli assetti sociali, i sistemi culturali, le strutture dei valori. Sta avvenendo che la globalizzazione va determinando una sorta di mutazione antropologica per molti aspetti in senso regressivo; e sta seriamente compromettendo le acquisizioni della modernità. Un solo esempio valga per tutti. La democrazia. Essa è ridotta a mera tecnica di selezione delle rappresentanze, sotto cui si celano le manipolazioni d'ogni genere di chi, non importa in qual modo, ha conquistato un potere. E, legittimatosi con il suffragio dei voti, si arroga il diritto di governare secondo i propri intendimenti e interessi.
Alla luce di questi mutamenti di contesto, appaiono al di fuori del quadro delle prospettive possibili sia l'ipotesi di un aggancio del Mezzogiorno alle dinamiche della globalizzazione sia l'integrazione dell'economia del Sud e di quella del Nord. La globalizzazione, come si è detto, coinvolge le aree forti escludendo le deboli. Se anche ciò non fosse - ma lo è - è questo il futuro che si vuole ipotizzare per il Mezzogiorno? Un futuro basato su un'idea di sviluppo in cui prevalgano le dimensioni quantitative, sulla rinuncia alla propria identità e sull'omologazione al modello del pensiero unico, un futuro fondato sull'adesione al fondamentalismo del mercato che minaccia di portare ad uno scontro di civiltà e intanto ha già portato alla guerra preventiva?
Il Mezzogiorno, proprio in virtù della sua identità, può cercare un futuro diverso, basato su di un paradigma della modernità che recuperi la centralità della persona e la reinserisca nell'armonia dell'universo, spogliandola di ogni pretesa di dominio sul mondo. Su questa linea, una operazione è stata proposta di recente da "Meridione - per una rete dei saperi e delle competenze", un'esperienza di ricerca e di confronto tra il pensare e l'agire, sorta dall'incontro di alcuni intellettuali fortemente impegnati sulla tematica del Mezzogiorno e la Fondazione Idis Città della Scienza, di Napoli. In occasione del suo terzo seminario annuale, svoltosi lo scorso mese di dicembre, "Meridione" ha proposto di contrapporre al trinomio "Mercato, Sviluppo, Democrazia" che incombe minaccioso sul mondo, un teorema diverso: "Identità, qualità sociale del sistema di sviluppo locale, democrazia".
Identità, qualità sociale, democrazia
Porre al primo posto del trinomio la parola identità, vuol dire proporre un ordinamento sociale che non si imperni sulla violenza di uno scambio ineguale, che non abbia come asse centrale la dimensione produttiva, tanto meno quella produttivistica, bensì il popolo che abita un territorio: una comunità di persone, uomini e donne, che con il territorio che abitano, di cui in certo senso fanno parte, hanno un rapporto di scambio creativo, perché su di esso hanno inciso e incidono dandovi forma, e da esso hanno tratto e traggono alcuni degli elementi che hanno concorso a formare la propria identità comune e concorrono ora a farla evolvere. Un ordinamento sociale con un'economia volta non alla massimizzazione del profitto, ma al migliore soddisfacimento dei bisogni singoli e collettivi delle donne e degli uomini.
Richiamare al secondo posto del trinomio il concetto di qualità sociale del sistema locale vuol dire due cose: il predominio della qualità sulla quantità, dell'essere sull'avere, della socialità sull'individualismo, dell'armonia di un sistema sulla frammentazione di singolarità competitive e conflittuali; e, poi, che lo sviluppo [termine che a questo punto non indica più la crescita economica, ma il miglioramento qualitativo della società nel quale è compreso] parte dal basso, dal locale, per poi fondersi in armonia, ma senza confondersi, con lo sviluppo degli altri territori: cooperando, quindi, e non competendo.
Confermare al terzo posto il termine democrazia, vuol dire che bisogna partire da ciò che è, senza indulgere a scorciatoie; significa che non bisogna cancellare l'esperienza che della democrazia si è fatta, solo perché se ne è perduto il senso, perché sui contenuti si è fatta prevalere la forma, sulla sostanza il metodo. Bisogna partire dalle forme che esistono per ripristinarne il valore e riempirle di contenuti, per passare ad una democrazia sostanziale che si avvalga anche della rappresentanza senza esaurirsi in essa. E allora bisogna ripensare e sperimentare modalità e strumenti nuovi a livello del pubblico e della statualità, per ricondurre a sistema e ristrutturare a rete l'insieme dei poteri, abbandonando quindi l'idea che sia lo Stato centrale a dovere essere il garante - unico - degli equilibri tra gli interessi contrapposti e spesso conflittuali, e perseguendo invece quella della costruzione dal basso di un sistema di garanzie degli equilibri tra gli interessi, di gestione e di componimento dei conflitti, che progressivamente arrivi sino allo Stato centrale, nella consapevolezza che la pace sociale, cioè all'interno di una stessa società, come quella tra popoli e stati, non è il luogo di assenza dei conflitti, ma quello in cui conflitti e lotte si sviluppano in un'ottica che escluda la eliminazione dell'altro e dell'altra.
Utopia? L'accusa è inevitabile, ma non credo calzante. Se è vero che il potere nel mondo come nei singoli stati è in mani che perseguono tutt'altre finalità, è pure vero che milioni di persone premono ai confini dei paesi che i diversi fondamentalismi laici chiamano democratici oppure sviluppati. Altri miliardi di persone premono sui confini della storia dell'Occidente con le proprie culture e con i propri bisogni. Nuove consapevolezze e soggettività si vanno formando anche in Occidente. Le forze in campo cominciano ad esserci e potranno crescere presto in cultura, in determinazione, nella capacità di scovare i percorsi lungo i quali avviare processi di cambiamento che confluiscano insieme per costruire un mondo migliore. Che non è solo possibile. È del tutto necessario.
* della Rete Meridione
L'IDEA è che si possa fare, a Cosenza, in una data da definire [ma non oltre i primi di maggio], un Cantiere meridionale, alla maniera di quelli che Carta, insieme a molti altri, ha proposto in questi anni, ultimo quello del Nuovo Municipio, l'anno scorso, a Roma.Da quel Cantiere è poi nata la Rete del Nuovo Municipio.Da questo, noi speriamo, potrebbe nascere un intreccio tra intellettuali e reti sociali del Mezzogiorno.
Per cosa? "Per oltre un secolo si legge nella lettera-invito scritta da noi insieme a MarioAlcaro,ToninoPerna, Piero Bevilacqua, MimmoRizzuti e altri ancora - la 'questione meridionale' ha impegnato i democratici, i progressisti, le sinistre e il movimento operaio, il solidarismo cristiano. La domanda, ripetuta in modi diversi nel corso dei decenni, era sempre uguale: come indurre, stimolare, provocare uno 'sviluppo', nel sud del paese, che lo spingesse verso uno stadio di industrializzazione degno di quello che nel frattempo si creava nel nord. E che lo sottraesse alla 'arretratezza', al 'sottosviluppo', perciò alla subordinazione a poteri reazionari e al costume corruttore del clientelismo".
Ma se "si può dire che, per tutto il secolo scorso, il sud d'Italia è stato costretto a rivolgere lo sguardo verso nord: a un modello unico di 'progresso', tanto desiderabile quanto irraggiungibile...", ora, "all'inizio del nuovo secolo, ci pare di poter concludere - dice la lettera - che lo 'sviluppo' è fallito, che il neoliberismo ha tradito la lunga promessa del progresso, e che ci troviamo in un territorio sconosciuto, in cui il modello unico di modernità non solo non è raggiungibile, ma non è più nemmeno desiderabile. Noi crediamo che la fine di quel futuro sia un'opportunità" [il testo completo è in www.carta.org].
Dopo la pubblicazione di quella lettera, abbiamo pubblicato un articolo di Mario Alcaro, docente e direttore di Ora Locale, la rivista con cui Carta si è gemellata.E qui pubblichiamo un intervento di DinoGreco, segretario della Cgil di Brescia [perché il nord è interessato a quel che il sud inventerà] e un testo di ToninoPerna.La prossima settimana, il dibattito continuerà.Anche se c'è la guerra, dobbiamo continuare a cercare le alternative.

Il Sud visto dal Nord,e viceversa.
Ma l'altro sviluppo non è nel passato
commento di Dino Greco*
SEGUO CON ATTENZIONE e con estremo interesse la "gestazione" del Cantiere meridionale. Di più: mi permetto di suggerire che si coltivi un'ambizione maggiore, quella di mettere in campo un lavoro che abbia il suo baricentro nel Mezzogiorno, ma che sappia parlare anche al nord e affondare anche lì qualche radice. Insomma, si tratta di provocare una riflessione critica che, mettendo a raffronto i due modelli, esca dallo stereotipo che spiega tutto in chiave di sviluppo / sottosviluppo.
Sono convinto che dobbiamo tentare di ricostruire una lettura ed una proposta unitaria, perché neppure a Brescia, dove mancano braccia e l'intera società è soggiogata dal paradigma lavorista, non si può andare avanti così.
Penso anch'io che la questione meridionale non possa essere inscritta dentro una logica [non soltanto poco auspicabile, ma anche perdente] di assimilazione al modello che ha generato nel nord aggressione del territorio, compromissione dell'ambiente, cementificazione, dilatazione e contemporanea deprivazione del senso del lavoro, precoce abbandono scolastico, ecc.
Lo "sviluppismo", legato a criteri puramente quantitativi e disciplinato [si fa per dire] dal mercato ha prodotto e continua a produrre dissipazione di risorse, distorsioni speculative, cannibalismo sociale. La critica di questo paradigma produttivo e sociale dev'essere netta ed esplicita.
Dall'altra parte, tuttavia, occorre avere ben chiaro che l'arretratezza, come anche la colonizzazione del sud, sono state perfettamente funzionali a quel modello.
L'alternativa non può certo essere la ricatalogazione del sottosviluppo del sud, o l'inseguimento di miti passatisti, o la riesumazione di ingenuità ruralistiche che finirebbero per favorire la frode secessionista o, al più, le mascherature "devoluzionistiche".
L'industria, il turismo, l'agricoltura, l'istruzione, la democrazia, la civilizzazione "diversi" che rivendichiamo passano certo attraverso una "nuova coscienza di luogo" e attraverso un protagonismo sociale, ma potranno assumere significato e portata generali solo se l'azione molecolare, l'esperienza locale, sapranno intrecciarsi, condizionare e torcere anche i poteri istituzionali, mobilitare grandi risorse, suscitare un grande dibattito sulla partecipazione e sulla democrazia come condizioni e modalità di un'altra idea di sviluppo e di progresso: un dibattito nel quale coinvolgere le espressioni più vive [della cultura, della politica, della stessa imprenditorialità] e tale da trascinare e obbligare al confronto anche quelle componenti "cloroformizzate", ma non dichiaratamente ostili, della società e delle istituzioni.
Il posto del lavoro
Credo che sbaglieremmo, se il nostro lavoro fosse frenato dalla rinuncia a questo ingaggio e reclinasse sull'idea che c'è spazio solo per mondi che convivono separati e giustapposti, ma non comunicanti e, alla fine, non confliggenti: quello incarnato nelle istituzioni e nei rapporti sociali tradizionali e quello di un neo-protagonismo sociale, sicuramente generoso, attivo, dinamico, produttivo di esperienza, ma - temo - marginale.
Pavento, altrimenti, il rischio di un'incomprensione anche con parti consistenti del mondo che noi [Cgil] organizziamo: quello degli operai che oggi si battono strenuamente per la difesa del loro posto di lavoro e di siti produttivi, di stabilimenti, che pure sono il risultato di un processo di industrializzazione importato, ma che sono comunque divenuti parte integrante di una comunità e di un'identità. Questo vale tanto per la Fiat di Termini, quanto per la Marzotto di Praia a Mare.
Anche il tema dell'infrastrutturazione si presta ad una duplice lettura. C'è la sindrome da grande opera [il Ponte sullo Stretto e dintorni], frutto di un'idea propagandistica dello "sviluppo". E c'è un ipotesi di infrastrutturazione civile primaria del sud, seria, profonda e non a caso mai perseguita, che comporta l'investimento di ingentissime risorse per portare in tutto il Mezzogiorno acqua potabile, fognature, energia elettrica, un'adeguata rete viaria, una rete di servizi dignitosa.
Non è, questo, un progetto che ha a che fare con i diritti di cittadinanza, con un'idea robusta [e non assistenzialistica] di stato sociale, che possa offrire chances e opportunità a chi, nel Mezzogiorno, intenda far leva su energie locali, moltiplicandone peso ed efficacia? Sono convinto che noi dobbiamo tenere vivo questo nesso.
Diversamente, risulterebbe problematico promuovere con successo quella critica della produzione che vogliamo interroghi sul senso del lavoro, sul cosa e sul come produrre. Una critica che non deve rimanere patrimonio di ristrette élites intellettuali e sociali, ma deve poter diventare riflessione estesa, che fa breccia nel conformismo e, da utopia, diventa proposta politica forte.
Del resto, è questo il solo approccio che può rendere feconda anche la critica del modello nordista e che può offrire sbocchi di ricerca creativa e di esperienza non episodica anche nelle aree settentrionali. Dove la messa al lavoro di tutta la società, la pervasività dei modelli di vita e comportamentali, il mito consumistico costituiscono un collante ideologico che non è semplice contestare e mettere seriamente in discussione.
Dunque, incontriamoci a Cosenza. E facciamo in modo che la collaborazione che avviamo e che sarebbe utile riuscire ad estendere anche alle nostre amministrazioni locali ed università non ci impegni per un giorno solo, in modo effimero, ma lasci una traccia duratura.
* Segretario generale
della Camera del lavoro di Brescia

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